Agave

il

tempo di lettura: 4 min

di Veronica Galletta

L’orsacchiotto ci sorride, bonario. Veglia su di noi con i suoi occhi tondi e la sua bocca perfetta, ci rassicura: tutto andrà bene.
Proietta un sole un po’ più sciapo, che si scoccia, si arrabbia, si insinua dispettoso dagli angoli più lontani, e lo colpisce di sghembo, traditore. Il bimbo si inalbera, strizza gli occhi e le labbra. Vile orsacchiotto, la tua promessa di protezione era falsa! Gira la testa da un lato e dall’altro, stretto nelle cinghie si agita e scalcia, fino a quando una curva, anche morbida, proietta nuovamente l’orsetto protettore su di lui.
Allora riapre gli occhi, rilassa le gambe, guarda fuori, attraverso il plantigrado parasole. Gli alberi che passano, il guard-rail che invece non passa mai. Resiste per un po’, poi si addormenta al ritmo dei cavalcavia. Chissà cosa pensa, mi dico osservandolo dal mio posto accanto a lui. Aspetta imbronciato e silenzioso di scendere, lo so. Non gli piace viaggiare, e non gli piace la macchina. Tutto legato come un salame, come dargli torto.
Trentanni fa era diverso, per la bambina era tutto diverso. Ogni viaggio lungo, ogni viaggio che prevedeva almeno due regioni, o un traghetto, un’alba e un tramonto insomma, era vissuto come una festa. Sua madre la preparava per giorni, srotolando davanti a lei il pizzicore dell’alba della partenza, i colori dei fiumi che avrebbero attraversato, delle colline che li avrebbero salutati, fino ad arrivare alla fine, a destinazione, alle ombre lunghe della sera. E poi il sedile posteriore della macchina, fatto di gommapiuma morbida, che per un giorno diventava la sua cameretta, il suo letto dove saltare senza scarpe, da un finestrino all’altro, per riposarsi poi leggendo il fumetto comprato per l’occasione, o succhiando con calma un biscotto del pacco appena aperto. Un luna park su quattro ruote, aperto solo per lei, solo per quel giorno.
Anche se, in verità, di tutti i viaggi lunghi fatti dalla bambina, ce n’era solo uno che lei ricordava bene. Era stato quando era partita con i suoi zii e le sue cugine, per andare a passare un po’ di tempo a casa loro, in Italia. La mamma doveva riposare.
Nonostante l’assenza della mamma, e delle sue cronache di viaggio, la bambina attese il giorno della partenza con la solita eccitazione. Suo zio aveva una macchina grandissima, tutta grigia, come un pesce dal muso allungato. Quando si accendeva, così aveva sentito direi, si sollevava tutta da terra, come un’astronave. Si chiamava “Lo squalo”.
Appena saliti in macchina, lo zio assegnò loro i posti. Sua cugina più grande, più magrolina, sul lunotto, quella più piccola, che era già bella altina, sul sedile posteriore. Alla lei, la più piccola di tutte, toccò lo spazio sotto, quello fra i sedili. Era uno spazio tutto confinato, grande abbastanza per contenerla tutta, caldo e ricoperto di una moquette nera, pulita e pettinata. Ci si stava comodi là sotto, se non fosse per quella busta di plastica che le toccava i piedi. Era piena di piante grasse, piccole palline piene di spine, fra le quali spuntava fiera l’ala verde e bianca di un’agave dal becco appuntito.
“Mi porto un po’ di sole, così, per allegria”, le aveva detto la zia sistemando la busta, e la parola allegria risuonò nella testa della bambina, più tardi, quando si trovo sola, con la guancia contro la moquette e gli occhi aperti a cercare qualche pelucchio amico.
Niente biscotti, né fiumi lucenti, o fumetti in quel viaggio. Solo una coperta a testa, e l’ordine di mettersi subito a dormire. Solo ordine, pulizia, silenzio, e l’agave con il becco già un po’ piegato dal duro compito che la aspettava.
Quando durante la notte si svegliò, la bambina si alzò sulle ginocchia, per sbirciare fuori dal finestrino. Un incendio passava loro accanto, su per le colline, e delimitava il nero della notte con delle frange rosse e prepotenti. Tanti piccoli focherelli gli correvano davanti, sulla pianura, come folletti cattivi. La bambina cercò allora lo sguardo degli zii, e li vide attraverso i sedili, al loro posto, compiti, educati, che guardavano la strada in silenzio. Lo zio guidava, la zia accanto.
Allora la bambina si tirò di nuovo giù, con ancora il bagliore rosso che le bruciava le pupille, con i lampi che entravano nella macchina dai finestrini, fino a toccarle i piedi.
Ci mise molto a riprendere sonno, tutta tesa nel cercare di capire se i folletti malvagi fossero andati via o li stessero rincorrendo lungo la strada. Quando finalmente cedette, il muso, questo fu il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi, il muso dello Squalo. Lo sapeva bene che era tutta una bugia: non si staccava da terra, si sollevava solo un poco.
Il bimbo si sveglia, si gira, mi guarda. Gli sorrido, e mentre mi chino per cercare un giocattolo nel suo buffo zaino azzurro, guardo furtiva sul fondo della macchina: il becco dell’agave è molto pungente, bisogna stare attenti.

Commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...