Belli cervelli

tempo di lettura: 3 min

di Matteo Moscarda

Guarda, nemmeno i topinambur ha voluto provare, per farti capire. Cioè, i topinambur sono tipo la meglio cosa, tipo patate al sapore di carciofo, per capirci. Ma lei no, niente, vuole sempre e soltanto “il paniere del dopoguerra”, come lo chiamano: legumi, riso, acciughe, pane olio origano e sale.
Ma allora che minchia ci andiamo a fare al mercato di via Valesio, dico io, se poi compriamo solo legumi, riso, acciughe, pane olio origano e sale? Compriamoli al Todis, legumi riso e acciughe, che almeno lì costano poco, non che li compriamo al mercato di via Valesio, con tutto il ben di Dio che c’è, ché a me piglia male che se lo beccano tutto i novantenni e noi no.
Da quando la sclerosi le ha messo i cingoli mamma è diventata anziana. Tutto d’un botto. Prima era un’adorabile trituracoglioni, adesso invece è solo un dito nel culo con le gambe. E fai scorrere l’acqua quando scoli la pasta, e passa lo straccio, e lavati i denti che hai mangiato un topo morto, eccheccazzo. E poi “la gente”, “la gente”, ‘sta cazzo di “gente” che non si capisce chi è, sono tutti, qualsiasi cosa è la gente, la gente è tutto tranne lei. La gente sporca, bercia, non rispetta, la gente odia la gente, la gente è la gente. E intanto io spingo, spingo, e a ogni scaffa è colpa della gente, ed è colpa mia, che poi anche io sono la gente, va da sé.
Guarda, abbiamo fatto lo sforzo di comprarle una Moretti Ardea Serie CA5, in acciaio cromato, seduta in nylon imbottito e braccioli estraibili: la ferrari delle sedie a rotelle. Ma lei pensa solo a criticare la gente e si lamenta di come guido, ma tanto si lamenterebbe pure su un hovercraft. Se uno la conosce adesso non lo direbbe mai che recitava l’Iliade a memoria. Che parlava di Manzoni come se fosse suo cugino. La vedi ora ed è quello che è, una rompicoglioni handicappata. Io firmo l’eutanasia, se divento così.
Poi, da quando hanno allestito il ponteggio è la fine. Mamma non sa se passare sotto l’impalcatura o sulla strada. Se andiamo sotto gli stronzi sono i passanti, gli operai, il tabaccaio, le cacche e l’ingegnere; se invece passiamo per strada, insomma, te lo immagini facile.
È da quando ho preso i 380 che non ce la faccio più, ma oggi peggio. Mamma lo sa che ho poca pazienza, gliel’ho detto che prima o poi le faccio fare la Quartesana senza freni, ma lei continua, “la gente”, dice, e io non la reggo più.
Mi sono passati 380 volt, tutti insieme, in branco, da una parte all’altra. Io l’avevo chiesto a quello stronzo, l’hai staccata la luce, sei sicuro, posso andare? E lui sì, certo, vai. Alla prima mano non è successo niente, ma quando ho afferrato il cacciavite s’è chiuso il circuito, e io c’ero in mezzo. Se non toccavo la cassetta non scaricava, ma così ho fatto da conduttore. Come essere investito da un tir in fiamme.
I primi mesi il braccio destro aveva il diametro di una mortadella, la pelle viola, affumicata. La mano sinistra invece era normale, solo che mancava un cubetto di carne, vicino al carpo, e si vedeva l’osso: è da lì che ho sparato fuori i 380. Ora si è rimarginata, ma rimane quest’ammacco porpora, lucido, tirato come un palloncino. È un gran casino, dopo che 380 volt ti centrifugano il coso.
Mamma non lo vuole capire, dà colpi ai passanti, sembra una bambina incazzata. Si agita tanto che alla fine perdo il controllo e la ruota sinistra sdrucciola sul cordone.
La maniglia destra sobbalza, mi stocca la mano, sguiscio la presa. La sedia a rotelle sghiaia a terra, sbiella, mamma con lei, i capelli ballonzolano, la ruota flippa, veloce, verso il cielo, come quando mettevamo l’olio nella catena, da bambini.
Gira, gira e rutila, mentre mamma cerca di capire com’è possibile ritrovarsi seduta in parallelo con l’asfalto. Si rende conto di essere un angolo retto, definito, sempre e comunque, a prescindere dall’orientamento spaziale. Muove le braccia per tornare a galla, ma non sa nuotare, mamma.
Il verduraio urla, mi chiede che cazzo ho combinato.
Io lo sbieco. Vorrei sempre aggredire chi aggredisce me, perché io lo so che qualsiasi cazzata combino non mi merito le pezze di nessuno, perché a nessuno l’hanno sventrato 380 volt e nessuno c’ha la madre con la sclerosi e la demenza senile in pendant.
E intanto lui urla, ma fa una ceppa. Si avvicina a mamma, cerca di stoppare la ruota ma si fa male, rincula, bestemmia, torna al mercato per chiamare aiuto. Arriva altra gente, mi smerdano, mi chiamano drogato, solo perché si sa che prima dei 380 mi toglievo la keta. Però nessuno fa niente: provano a muovere la sedia, ma quella ricade, s’ammacca, mentre mamma, muta, occhi lessi, mi cerca gli occhi.
Si allontanano tutti in briga, smerdandomi, lasciando mamma lì, in mezzo alla strada. Vanno a cercare qualcuno più forte, pare che Archimede lo conosco solo io.
Mamma ha solo il tempo di dirmi “la gente” che io le slitto dentro la testa, guardo attraverso i suoi occhi, cambio schermo, sento come sente un handicappato, e guardo attraverso i suoi occhi, in alta definizione, le scanalature del copertone che sta frenando per non scoppiarle il cranio.
Poi esco dal suo sguardo e vado a comprare ‘sti cazzo di topinambur.

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