Melamangiai, una recensione (personalissima) sulla raccolta poetica di Daniela Matronola

tempo di lettura: 4 min

di acquafredda

A volte
i versi sono come cani abbandonati
che abbaiano alla poesia.
Ewa Lipska
(Il lettore di impronte digitali,
Donzelli 2017)

 

Del poeta deve restare solo la voce, la voce che urla sommessamente nella poesia. Il corpo del poeta, la sua identità anagrafica, la sua figura mitologica, l’idolatria del poeta, sono tutte negazioni della poesia,  impedimenti non solo al passaggio limpido del testo al lettore o all’ascoltatore ma della stessa limpidezza del suo dettato, che è compito del poeta trovare. L’interferenza dell’io è fatale. Io me la pongo come  problema. Personale e anche universale, perché vorrei che la poesia si potesse sottrarla a un tragico  destino pubblicitario, in cui i versi diventano slogan, frasi buone da esibire nei salotti, o trovare nei foglietti che avvolgono i Baci Perugina. La persona del poeta è plausibile solo come voce, ecco: lotto col corpo. Il libro è nato perché a un certo punto avevo un bel po’ di materiale poetico e ho capito che potevo  organizzarlo in raccolta. Il titolo invece ha doppia pista di nascita e significato. Per cominciare, il materiale finito in questo libro è stato scritto a mano in un quaderno la cui copertina è stata realizzata lavorando le bucce di mela (ApPeel), e poi il rimando a questo dettaglio concreto mi ha fatto riaffiorare nella memoria una cantilena che ripeteva sempre mio padre, Melamangiai: peccai o non peccai?, che era anche un  giochino di parole. Racconto più compiutamente tutto il giro di coincidenze tra titolo e libro e scrittura nella Nota d’Autore che i lettori trovano in fondo. La raccolta nel suo insieme prova a fare due cose, mi pare: indicare una condizione e tracciare la relazione tra l’io e l’umano, cioè tra individuo e genere, nei punti di condivisione di questa condizione. Dopotutto quella cantilena, in modo disarmato e ingenuo, allude alla condizione umana, però centrandone subito il nodo, la base, seppure col tono della favola, o dell’allusione biblica: ripetendola mi pare di risentire la voce di mio padre. Ecco, ho deciso di pubblicare questo libro perché non è solo un assemblaggio di testi: circola dentro a questo mosaico di testo una voce che comunica un pensiero, ho sentito la voce -non mia, una voce neutra- dire ciò che va detto.

Daniela Matronola

“Melamangiai” (R.P. libri edizioni) @ 2018
ISBN 978-88-85781-06-1
http://www.rplibri.wordpress.com

Forse di più agli amanti della fotografia, le poesie di Daniela Matronola, (ap)paiono come le stampe che affiorano dal liquido nella camera oscura. Sono immagini evocate e rese tangibili attraverso la lettura, come se i ricordi, impastati insieme ai sogni, fossero il negativo di un vecchio rullino affidato allo sviluppo; e infatti, mentre si incede nella lettura, attraversando le parole come si attraversa un campo di grano in estate, con i palmi rivolti ad accarezzare le spighe, ecco l’epifania:

Arrivano le immagini”
Cominciano ad arrivare / appena ti incammini. / Fotografare è un affare disperato.
Ciò che vediamo è mistero. La domanda / è costante: cosa c’è dietro?
Vedere immagini consiste/ nell’immaginare tutto ciò che celano.
Scattata la foto, tutto scompare./ È chiaro. Tutto torna ad essere statico.
Cosa c’entra quella visione interrotta / Con tutto ciò che avevi intravisto?
Tutto sparito. O supplisci con l’invenzione / che richiama a galla ciò che avevi intuito
o la tua galleria è un cimitero perduto per sempre.
Allora perché fotografi?, si potrebbe chiedere / a ogni public eye, e cosa te ne fai ora di
questi /fotogrammi dove hai annegato ciò o chi è stato vivo?
Sono come dorsi duri di alligatori sotto il filo / nella palude, sono appoggi instabili, ponteggi
cui ancorare il tuo tragitto tra le sponde. / Fotografare è una disperazione che frutta speranze

Fotografare è una disperazione che frutta speranze.
Descrivere lo stato delle cose significa farci i conti ed avere il coraggio di guardarle per come sono, ma l’atto stesso del guardare, il descrivere (e il fotografare), racchiude già in sé la volontà di mettere ordine, sistemare, dare una dignità. Il voler vedere ha in sé un nucleo, il seme della speranza; un seme che annuncia una piccola morte (il seme deve morire per dare frutto), ma è appunto da quella morte che si genera la vita.
Leggiamo ormai tutti, fortunatamente o sfortunatamente, dipende dai casi, molta poesia sul web.
C’è e si fa via via più presente la sensazione della ricerca, nel linguaggio, di una eleganza, di raffinatezza, in opposizione alla confusione e al ripiego dello strillo nei talk show, nel linguaggio politico, in certa musica degli ultimi anni. La ricerca della parola più musicale, più “consona”, perché il concetto penetri non solo attraverso l’udito ma anche attraverso il respiro.
Matronola, nella sua ricerca, mai altisonante, ma sempre elegante, accarezza le parole come fosse la mano che sfiora le spighe.
Come dice nella sua “Oasi bufera” :

Tra le secche arriva una bufera leggera,
un vento lieve. Un grumo, si ferma sul sole,
di nuvole scure, un rotondo cuscino.
[..]
Una dolcezza che però racchiude anche fermezza; una dolce severità. Le parole sono docili, si piegano proprio come quelle spighe, ed è chiaro che il credo dell’autrice è che il “vero potere il è poter disporre di tutte le parole”. Il linguaggio, la sua necessità, che è ciò che ha dato il via all’evoluzione, l’urgenza della comunicazione che però non è fretta; il verso poetico sedimenta, si accumula filtrato dalla soluzione degli anni, del vivere. Si attinge al passato per dire il presente. Si fissano i vuoti, le assenze per narrare delle presenze. Si ritorna alla terra, per fissarsi nelle radici e poi svettare verso l’alto. Le spighe, i campi di grano, ritornano ancora nella splendida “Come vivo” :

If a body catch a body coming through the rye
(Robert Burns / J D Salinger)

Come the catcher in the rye,
come un filtro, un selezionatore,
un separatore del loglio dal grano.
Ma neanche così. L’immagine è altro.
È chi abbraccia il raccolto falciato. C’è
qualcuno che falcia. La falciatrice scaltra.
Allie* ha raccolto tutti i falciati. Se li è
appuntati nella mano, se li è messi nel
guanto, li ha salvati nelle storie.
E poi è stato falciato. Presto. Prima
del tempo. Falciato bambino. Se fosse
diventato adulto, avrebbe smesso di salvare.
[…]

Così spiega l’autrice a proposito di Allie e dei campi di grano:
Il punto è che per capire fino in fondo il senso del titolo originale di Il Giovane Holden oltre al baseball si deve forse tenere presente una scena del colossal di Ridley Scott, Il Gladiatore, dove è ben descritta l’idea che i pagani avevano della morte: un campo incolore di spighe appena smosse da una lieve brezza. Questo quadro dà anche l’idea della falce e del raccolto.
E della malinconia che non è tristezza. Allie è il fratellino di Holden, morto a 11 anni di leucemia: un piccolo campione di baseball nel ruolo di catcher, cioè ricevitore, quindi dotato di guantone in cuoio e di grande pazienza nell’attesa del lancio della pallina che lui doveva raccogliere e rilanciare afferrandola prima del battitore avversario. Ma J D Salinger modula l’immagine giocando su una canzone di Robert Burns, poeta scozzese, di cui altera i versi. Il gesto sportivo improvvisamente si scambia di posto con l’immagine di chi afferra al volo dei bambini lanciati all’impazzata e a propria insaputa verso il precipizio di una scogliera, e
Allie, intento a salvare la memoria dei personaggi nelle storie che legge negli intervalli dei lanci,  improvvisamente diventa il bambino che è precipitato e oramai cammina nella distesa incolore dei campi elisi: Holden Caulfield può solo rievocarlo (parlandogli, chiedendogli dritte, come se Allie fosse il coniglio invisibile) e salvarne la memoria.

C’è in quasi tutte le opere della raccolta, questo struggente e meraviglioso richiamo alla terra, al lavoro di minuzia, un’ ode al metodo nella composizione più che al facile richiamo della declamazione, tanto cara alle citazioni e ai citazionisti. Un comporre, il suo, che é floricoltura, giardinaggio, che è coltivare; che comporta “a volte, la rimozione di carogne” come dice in That’s what cats are for. Nel lavoro stesso c’è il senso  dell’opera; più è minuzioso e ricco di dettagli più l’autore scompare in essa, si fonde e con-fonde ed è allora che la poesia è pronta: quando può essere consegnata, come il frutto maturo si stacca dall’albero-creatore.
Nel frutto non si scorge l’immagine dell’albero o della pianta, anche se è contenuta in esso.
Nella conclusione affiora anche una sorta di senso di colpa, come se in fondo l’autrice/creatrice non fosse riuscita a scomparire del tutto. La fatica del tenere a mente che
Chi dice “io”, non riesce
a dire, “sono stata io”, “è colpa mia”, “sono mie le colpe”

si trasforma lentamente in un bisogno di autoassoluzione. La necessità di perdonarsi la vanità che il bracciante, il coltivatore della terra, disintegra ogni giorno con la fatica ed il sudore. Ed ecco che arrivano le considerazioni sul perdono.

Il perdono è potere sull’altro.
Il perdono è autoguarigione,
È autorafforzamento, superamento.
Il perdono è l’unico modo per riprendere vantaggio su chi ci ha violato.

Nel conforto del perdono, che è il guardare le cose senza il giudizio, una lieve amarezza:

La vita non era assicurata
La libertà non era scontata
La felicità è la chimera d’ogni essere vivo.

Alcune precisazioni.
E’ una recensione molto personale. Ho avuto la sensazione che l’autrice parlasse a me, e questo mi ha portato a porre l’accento su alcuni aspetti piuttosto che su altri. Mi accade spesso con testi poetici,  per questa capacità del verso poetico di essere quasi soprannaturale (e la poesia di essere intrinsecamente autoreferenziale) di avere capacità, soprattutto se è un testo di qualità (come quelli di questa raccolta) di essere completamente assorbito dal lettore e fatto proprio.

Daniela Matronola ha il dono di parlare direttamente al lettore senza mai apparire, di avere per ogni componimento una voce diversa e molteplici immaginari a cui attingere.

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