Il vapore e la ruggine – 99 note a margine di un testo inesistente

di acquafredda

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Il vapore e la ruggine – 99 note a margine di un testo inesistente, Di Marco Montanaro 

Edizioni LietoColle

pagg. 118

Un vero artista se ne andrebbe per boschi a scriverti. Ma sto ancora qui, ho bollette da pagare e la signora dell’ufficio tributi dice sempre domani. Tutto è bene quel che finisce, mi dico, m’illudo, ma non finisce mai. Non sono così stupido da dedicarti un libro intero, e poi neppure per te lo faccio, ma per il tuo archetipo.

Nota 81, pag 93.

Indagare se stessi –  “perché di questo probabilmente si tratta”, pensa il lettore – è una questione di forma; si tratta di ricostruire l’immagine segnando le linee tra i punti lasciati dall’autore, scoprendo alla fine, però, che essa appare più nitida solo se i tratti tracciati rappresentano gli spazi vuoti. Come ricavare l’immagine di un albero disegnandogli attorno solo il paesaggio: un cielo bianco e azzurro e una collina con al centro la sagoma del tronco e della chioma. 

Non descrivere, non particolareggiare, non significa non narrare – questo è sempre il lettore che pensa -; forse più quel che non diciamo di noi stessi, quel che decidiamo di non fare, quel che non scegliamo, parla di noi. Quindi una nota, a margine del testo (che è inesistente, come il sottotitolo che proprio l’autore ha dato alla sua opera), in realtà traccia gli spazi tra le parole di un romanzo che forse non è tangibile, o meglio leggibile, non si può toccare (forse il vapore), ma che ha comunque una forma, e ingranaggi scricchiolanti (forse la ruggine).

Tra vapore e ruggine il protagonista¹ si destreggia, rispondendo alle proprie domande interiori, e avendo cura di non dare una risposta chiara, ma ondivago, attraverso la ragione e il sentimento (v. nota in apertura della recensione), e una certa sottile ma percepibile rabbia, come nella nota 22, pag. 34: 

Tutta questa buona educazione che m’è salita di colpo in gola, come un rigurgito; voglio indietro i musi duri, le chiavi delle gabbiette in cui se ne stavano chiuse tutte quelle animelle devote all’inespresso. Mi chiedo da dove provenga tutta questa deferenza per l’inesistente, e se anche questo rigore non finirà sulla traversa.

Un “rigore” che intrappola, perché lo sforzo sia incanalato verso un’unica direzione possibile (lo spauracchio della traversa che delinea perfettamente l’immagine astratta della porta ove naturalmente un pallone deve finire), e gabbiette, di cui si posseggono le chiavi ma che forse sono state cedute in momenti migliori. 

Definisce cosa è giusto provare, cosa è invece privo di dignità; fino a che punto il dolore si può mostrare o fino a che punto si deve tirare la corda². 

“Appunto per un’annotazione più proficua: cosa accade in quel punto in cui il dolore inizia ad estinguersi (se il dolore è una caverna, una bocca che è solo epitelio e palato, carne senz’ombra di labbra e denti); cosa accade ancora, cosa invece fiorisce in germogli?” Nota 43, pag. 55.

“Datemi una persona stanca: stanca, non esausta o con decimi di febbre; stanca (ripeto) abbastanza da ammainarsi in terapia. E che non pronunci neppure mezza volta la parola terapia. Chi è stanco al punto giusto è un agnello tronfio di contegno: sa in quale momento della storia si viene sgozzati, se ne frega.” Nota 55, pag. 67.

Eppure, Soga offre uno sguardo più comprensivo che giudicante – poiché il giudice interiore è forse la parte di noi più forte e invincibile, pensa ancora il lettore – facendo lo sforzo dell’osservatore che si sposta dalla scena all’esterno di essa, ma non si pone tra il pubblico, non in regia. E’ in alto, nella sala delle luci, muovendo i riflettori prima su un attore, poi sull’altro.

Perché di quell’onestà ha bisogno, per delinearsi. 

E nell’ammettere che, se l’inferno è ripetizione, ognuno ha il proprio :

“Tirare giù il totem, farlo a pezzi. Indire nuove elezioni. Votare ancora il totem, rimetterlo in piedi, celebrarlo – e così via, fino alla prossima impiccagione.” Nota 83, pag. 95.

_____________________

1 La voce narrante è quella di Guglielmo Soga: “uno degli eteronomi dell’autore, che ho usato negli anni nel blog malesangue.com. “(NDA)
2 “Soga – corda, in lingua spagnola, una cosa che sta fra il petto e il soffitto – affronta vicende personali, artistiche e sentimentali, sempre in equilibrio tra le dolcezze e le asperità dell’epoca che si trova a vivere”. (NDA)

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Marco Montanaro ha detto:

    L’ha ribloggato su Malesanguee ha commentato:
    Una bella recensione de “Il vapore e la ruggine” uscita su Helter Skelter.

    Piace a 1 persona

Commenti

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